Più donne in politica

Più donne in politica

Egregio direttore,

Alberto FaustiniFra pochi giorni, il “Team Autonomie” presenterà un emendamento alla legge finanziaria regionale con il quale si propongono modifiche sostanziali alle norme che disciplinano le elezioni comunali per garantire più rappresentatività alle donne. L’iniziativa è senza dubbio lodevole ma avverto il bisogno di premettere che la necessità di regolamentare la presenza femminile sia nelle liste dei candidati che all’interno dei consigli comunali è la conseguenza di una grave sconfitta per la società.

Perché in ogni angolo del nostro Paese dovrebbe vigere il principio che gli uomini e le donne sono uguali e, pertanto, che tutti – a prescindere dal genere di appartenenza, ma anche dall’orientamento sessuale e dal credo religioso – dovrebbero avere le medesime chance di accedere ad ogni ruolo politico e carica amministrativa.

Una donna o un uomo, infatti, dovrebbero essere scelti non perché appartengono ad un genere anziché ad un altro ma perché lo meritano.

Tuttavia, sappiamo benissimo che non è così. E’ inutile nascondercelo. Nonostante siano trascorsi quasi 70 anni dal primo febbraio del 1945, ovvero da quando fu varato il decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne, ancora oggi la politica appare come un regno “maschile” dove la presenza dell’altra metà del cielo è più un’eccezione che una regola.

Ecco perché – a malincuore – bisogna sostenere e supportare la proposta di norme che possano garantire e tutelare le pari opportunità, in quanto abbiamo il dovere di “consegnare” la politica ad ogni cittadino, prescindendo dal genere di appartenenza, altrimenti il sistema democratico sarebbe tale solo a parole.

La parità dei “sessi”, comunque, non va ricercata e raggiunta solo in ambito politico, perché non è assolutamente detto che ad un consiglio comunale o provinciale o regionale dove le donne siano quanto gli uomini corrisponda una società in cui l’uguaglianza di genere è rispettata e perseguita.

Gli esempi sono vari, come la composizione dei Consigli di Amministrazione delle società pubbliche, per dirne una.

Insomma, sì alle “quote rosa” ma soltanto perché siamo costretti dalla disparità (non solo politica) contro la quale non siamo ancora riusciti a trovare una soluzione, nonostante ci definiamo membri di una società civile.

Con la speranza (utopica?) che un giorno si possa scegliere un rappresentante non perché uomo, donna, eterosessuale, omosessuale, giovane o vecchio. Ma perché l’elettorato riconosce in lui/lei le capacità adeguate per potere amministrare la cosa pubblica.

Gian Piero Robbi

La risposta di Alberto Faustini, direttore del giornale Trentino:

LETTERA ROBBI

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