A proposito di 8 marzo: essere medico e madre. Una sfida che il sistema ignora

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In occasione dell’8 marzo, ospitiamo volentieri la riflessione di Antonella Amadori, neurologa in Trentino per oltre trent’anni. Una lettera indirizzata ai quotidiani che attraversa i decenni, dai pregiudizi accademici degli anni ’80 alle sfide quotidiane delle giovani colleghe di oggi. Perché la parità non si fa con le celebrazioni, ma con l’organizzazione e il supporto reale.

Il contrasto storico: Inizia con il professore degli anni ’80 che vaticina la “svalutazione” della medicina a causa delle donne. Leggerlo oggi fa sorridere per l’assurdità, ma fa riflettere su quanto certi pregiudizi siano duri a morire.

L’onestà intellettuale: Non nega le fatiche (“il borbottio del lunedì mattina”) e ammette che la scelta della medicina ambulatoriale è stata, in parte, un ripiego necessario per conciliare vita e lavoro.

Dalla lamentela alla proposta: La parte finale è la più interessante. Non si limita a dire “è difficile”, ma propone una soluzione politica e amministrativa concreta (le convenzioni per i servizi alla persona).

 

Buongiorno Direttore

Si avvicina l’8 marzo e vorrei dire la mia.

Sono stata neurologa ambulatoriale in Trentino dal 1989 al 2025: in estrema sintesi, il mio contratto prevedeva che nei giorni feriali visitassi negli ambulatori dell’Azienda sanitaria e venissi pagata a ore.

Durante il corso di laurea in Medicina, nella prima metà degli anni ’80 del secolo scorso, il nostro Professore di Radiologia constatò con preoccupazione il crescente numero di donne tra gli studenti e affermò che, come nei Paesi dell’Est, questo avrebbe inevitabilmente comportato la svalutazione della professione: mi sembrò una boutade di dubbio gusto.
“Bisognerebbe non essere donna”, mi disse con affettuosa partecipazione il Primario della Neurologia di Borgo Trento, a Verona, all’inizio degli anni ’90: era di una generazione precedente alla mia e pensai che – povero vecchio! – esagerava.
Ero disoccupata e, dalla Puglia in cui ero cresciuta, mi ero trasferita nel natio Trentino da qualche mese. Nonostante avessi 2 figlie in età prescolare e il mio reddito fosse quello della Guardia Medica, sentivo forte il bisogno di andare a Verona per frequentare una Neurologia di respiro accademico e collegata sia alla famosa Neurochirurgia veronese che alla Neuroradiologia così simile a quella barese in cui avevo studiato. Bella esperienza ma, con la stessa benevola partecipazione un neuroradiologo – che di lì a breve sarebbe diventato primario di un altro prestigioso ospedale veneto – mi fece presente che la mia passione per la Neuroradiologia non aveva sbocchi e che sarebbe stato meglio per me dirottare sulla famiglia il tempo e le energie che dedicavo ai viaggi a Verona: dovendo un Primario scegliere un collaboratore, fra un/a single e una madre di famiglia non c’era competizione.
La Specialistica ambulatoriale è stata la mia sola chance e, pur soffrendo per la mancanza di collaborazione con i colleghi ospedalieri, con il tempo ho imparato ad apprezzare l’autonomia che questo contratto mi garantiva e il part-time che mi consentiva di conciliare la professione con gli impegni familiari.
Il lunedì mattina era comune sentire il borbottio di colleghe che, come me, avevano trascorso il weekend barcamenandosi tra fornelli, spesa, lavatrici e compiti dei figli, sempre che i nostri anziani stessero bene e che avessimo la fortuna di un un compagno collaborativo e una colf affidabile, altrimenti c’erano anche le pulizie di casa e tutte le altre incombenze. Il problema non si poneva in questi termini per chi godeva della collaborazione di nonni sani e disponibili.
Mi piacerebbe credere che negli ultimi decenni le cose siano cambiate, ma alcune settimane fa una giovane collega raccontava in toni umoristici come il marito e la babysitter non fossero riusciti ad organizzarsi per andare a prendere il bambino a scuola e avevano perciò cercato lei.
Pur essendo gli uomini mediamente più sensibili rispetto al passato, mi sembra che ancora oggi le incombenze familiari restino prevalentemente a carico delle donne e temo che questo sia tra le cause della ridotta fertilità e della scarsa presenza femminile nelle stanze dei bottoni.
Che le donne siano in grado di acquisire le stesse competenze degli uomini è ormai inoppugnabilmente assodato; il problema è poter esercitare queste competenze quando si ha famiglia. Sospetto che quella parte di incombenze che le colleghe non possono delegare e/o condividere contribuisca significativamente al soffitto di cristallo.
La mia proposta è che l’Assessorato di competenza attivi convenzioni con agenzie immobiliari e agenzie qualificate che forniscano catering, colf, governanti, babysitter, badanti, infermieri, dando così alle colleghe e ai colleghi la possibilità di esercitare con serenità la professione per cui continuano a formarsi. Peraltro questo favorirebbe l’equilibrio di genere previsto dalla Legge delega n.3/2018 (Legge Lorenzin), Articolo 4, capo I, art.2 (Organi), 2° paragrafo.
La classe medica attualmente è in prevalenza costituita da donne ed è nel Servizio Sanitario pubblico che opera la maggior parte delle colleghe: credo che un adeguato supporto organizzativo renderebbe il Trentino attrattivo anche per le colleghe che desiderano diventare madri e, forse, potrebbe contribuire a ridurre significativamente le liste d’attesa.

Antonella Amadori


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