Il politologo e sociologo Marco Revelli, in un recente articolo pubblicato il 12 marzo 2026 su “Volere la luna” e “Comune-info”, ha evidenziato la necessità di una “mobilitazione oceanica”.
Riassumendo il suo lungo articolo, afferma che l’attacco del 28 febbraio contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti rappresenta un ulteriore passo verso una fase estremamente pericolosa della politica internazionale.
Secondo l’Autore, questo episodio conferma la natura aggressiva e irresponsabile dei poteri occidentali, che usano la forza militare come strumento principale per mantenere il proprio dominio in un contesto di crisi del sistema ultraliberista. L’azione viene descritta come una dimostrazione di potenza priva di reali giustificazioni e capace di destabilizzare un’area cruciale del mondo con rischi gravi per l’intera umanità.
Questa situazione avrà conseguenze dirette anche sulle società occidentali: peggioramento delle condizioni materiali (inflazione, energia più costosa, servizi ridotti, disuguaglianze crescenti) e limitazione delle libertà politiche e del dissenso, attraverso propaganda e normalizzazione dello stato d’emergenza.
L’Autore ritiene che le istituzioni tradizionali — governi, parlamenti, partiti e organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite o l’Unione Europea — non siano in grado di fermare questa deriva. Neppure l’intervento di altre potenze come Cina o Russia rappresenterebbe una soluzione, perché non farebbe che allargare il conflitto.
L’unica possibile alternativa sarebbe la nascita di un grande movimento popolare globale, un’“insubordinazione dal basso” capace di opporsi ai poteri dominanti con metodi non violenti. Tuttavia, non basterebbe un normale movimento di massa organizzato con manifestazioni e cortei: servirebbe un “movimento oceanico”, spontaneo e trasversale, in cui milioni di persone scendono in piazza perché sentono che non possono più restare passive di fronte a tante ingiustizie.
Un esempio di possibile innesco di questo tipo di mobilitazione è stato dato dalla Flotilla, un’iniziativa di attivisti disarmati che cercavano di portare aiuti a Gaza affrontando l’esercito israeliano. Il coraggio e la non violenza di queste azioni hanno suscitato una forte identificazione emotiva e contribuito a mobilitazioni di massa.
Secondo l’Autore, movimenti di questo tipo non possono essere pianificati dall’alto: nascono quando molte persone maturano contemporaneamente una coscienza comune e un evento simbolico funge da detonatore. Per questo il compito delle forze di opposizione è preparare il terreno attraverso informazione, relazioni sociali e iniziative diffuse, evitando però errori come settarismo, lotte interne o violenza, che rischiano di allontanare la maggioranza delle persone e indebolire il movimento.
Infine viene citato l’esempio di una grande manifestazione a Torino contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna: per molte ore la protesta è stata ampia, pacifica e trasversale, avvicinandosi all’idea di “movimento oceanico”. Tuttavia, gli episodi di violenza, provocati da una minoranza hanno compromesso, nella fase finale, quella forza collettiva mostrando quanto sia fragile questo tipo di mobilitazione.
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