Quando il dubbio diventa un dovere

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In vista del referendum costituzionale di marzo 2026, si sta diffondendo un equivoco pericoloso: l’idea che porsi delle domande equivalga a schierarsi per partito preso contro il cambiamento.

Ma in certi momenti storici il dubbio non è un segno di debolezza, ma di profonda responsabilità.

La riforma su cui saremo chiamati a decidere interviene sull’assetto della magistratura, separando le carriere di giudici e pubblici ministeri e dividendo il Consiglio Superiore della Magistratura.

Sebbene la procedura adottata sia stata formalmente corretta, non dobbiamo dimenticare che la nostra Costituzione non è un semplice manuale di buona amministrazione, ma una carta di difesa. Essa nasce dalle macerie del fascismo e dalla consapevolezza che il potere, se non trova argini solidi, tende inevitabilmente ad allargarsi.

I nostri Costituenti scelsero deliberatamente un sistema complesso e ricco di contrappesi, preferendo un eccesso di garanzie al rischio di nuove concentrazioni di potere. La magistratura unitaria è figlia di questa logica: è stata concepita come un corpo difficile da isolare e più resistente alle pressioni politiche. Mettervi mano oggi significa toccare uno dei pilastri di garanzia del nostro sistema.

In un contesto globale dove le democrazie sono sotto stress e i linguaggi si fanno aggressivi, con leadership che considerano i contrappesi un intralcio,  magistratura e stampa vengono sempre più spesso descritte come “ostacoli” invece che come presìdi, la domanda che dobbiamo farci non è se la riforma sia tecnicamente sensata, ma se sia opportuna. Non dobbiamo chiederci se il sistema funzionerà meglio oggi, ma se sarà capace di resistere domani. La Costituzione del 1948, infatti, non si fida delle intenzioni, ma si preoccupa degli effetti.

Dal punto di vista dei cittadini, questa riforma non aggiunge diritti, ma riduce quella “ridondanza difensiva” pensata proprio per i momenti difficili. Ci chiede, in ultima analisi, una maggiore fiducia nel buon funzionamento del sistema, proprio in un’epoca in cui la fiducia è una risorsa scarsa.

Esprimere perplessità, dunque, non è nostalgia del passato, ma coerenza costituzionale. Le democrazie si assottigliano quando le garanzie vengono indebolite nei momenti in cui tutto sembra andare abbastanza bene da non destare allarme. Il referendum ci chiede un giudizio di equilibrio tra efficienza e tutela. In tempi inquieti, scegliere la prudenza significa rispettare la lezione della storia: i governi passano, ma le regole restano. Solo se qualcuno continua a difenderle.

a cura di Marina Stefani


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