Donne, ma cosa c’è da festeggiare?

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Da Valsugana News n.2/2026

Anche quest’anno, l’8 marzo, si festeggerà la Giornata Internazionale della Donna a ricordo delle lotte delle donne per i diritti sociali, politici ed economici e la parità di genere avvenute all’inizio del ‘900; famoso lo sciopero di operaie tessili a New York nel 1908. La Festa è stata poi ufficializzata dall’ONU nel 1977.

Ma le donne possono davvero festeggiare se anche nel 2025, appena trascorso, ci sono stati, in Italia, 85 femminicidi? E non è stata certo l’istituzione del reato di femminicidio con un’apposita legge proprio alla fine del 2025 a frenare questa tragedia che colpisce tante donne e tante famiglie!

Scriveva l’intellettuale e scrittrice inglese Virginia Woolf, una pioniera del femminismo, parlando delle donne negli anni quaranta del ‘900: “Era infinitamente comprensiva. Era estremamente accattivante. Era assolutamente altruista. Eccelleva nelle difficili arti del vivere familiare. Si sacrificava quotidianamente. Se c’era il pollo, lei prendeva l’ala; se c’era uno spiffero, ci si sedeva davanti lei; insomma era fatta in modo da non avere mai un pensiero, mai un desiderio per sé, ma preferiva sempre capire e compatire i pensieri e i desideri degli altri. E soprattutto (non occorre dirlo) era pudìca. Il pudore era ritenuto la sua bellezza più grande, i suoi rossori il suo più bell’ornamento”. La Woolf usa già allora il passato perché la concezione della donna come “angelo del focolare” era già in crisi, ma sembra che ci sia ancora, da parte di certi uomini e di una certa parte politica una concezione della donna tutta chiesa, casa e famiglia, almeno a parole.

Come scrive lo psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi in “Farsi Male, variazioni sul masochismo” (Einaudi, 2025) “è il mondo binario e semplificato, oggi ancora brutalmente reale che assegna al maschio l’attività fino al culmine sadico e alla femmina la passività fino al culmine masochista”. È questo mondo – scrive Lingiardi – che crea “uomini violenti perché si scoprono fragili di fronte a donne non più dipendenti; donne violentate perché si scoprono forti di fronte a uomini che, svelando la loro dipendenza, le vorrebbero ancora dipendenti. Maschi che si sentono privati di un ruolo dominante e che, spodestati dalla storia, reagiscono con l’arma paranoica del controllo. Una danza macabra in due passi: primo, io nutro la dipendenza della mia partner persuadendola di non avere risorse adeguate o di non avere alternative; secondo, lei mi lascia perché questo ballo non le piace. A volte mi concede un ultimo appuntamento: per consolarmi, per convincermi, per attenuare il mio dolore. Per spiegarmi che il possesso non è più una strada percorribile. Una cortesia troppo spesso pagata con la vita”.

E purtroppo, ormai sappiamo che la maggior parte di questi delitti sono perpetrati da mariti, compagni o fidanzati che non accettano di essere lasciati perché considerano la loro donna come una proprietà. E ciò, in genere, avviene dopo anni di violenze e soprusi che la donna ha subito e sopportato perché ci sono dei figli o perché spera che l’uomo cambi.

Desidero ricordare che per la donna che subisce violenze c’è la possibilità di ricorrere all’Ammonimento del Questore prima di avviare un procedimento penale sia per “stalking” che per violenza domestica; basta che si rechi in un Ufficio di polizia. Ma la segnalazione di un uomo violento può farla anche un conoscente o un vicino di casa a cui è garantito l’anonimato. Anche in Trentino, poi, c’è un “Centro Antiviolenza” che ha il seguente numero telefonico: 0461220048.

Dispiace, in occasione della Festa della donna, ricordare queste cose, ma purtroppo siamo ancora lontani da quell’emancipazione di cui tanto si parla, ma che è ancora lungi dall’essere acquisita.

a cura di Paolo Degasperi, psicopedagogista e sociologo


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