BUONA FESTA MAMMA

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da Valsugana News 4/2024

Appena archiviata la Festa del papà, ecco il 12 maggio quella della mamma, ambedue nate negli Stati Uniti a scopo prevalentemente commerciale, anche se ammantate di romanticismo.

Nell’ultimo numero abbiamo parlato di come, in queste ultime generazioni, sia mutato il ruolo del padre, ma è tutta la costellazione familiare a essere cambiata.

Oggi, infatti, la famiglia tradizionale convive con parecchie altre come quella “di fatto”, monoparentale, allargata, ricosti- tuita, omosessuale… e in questo contesto è cambiata anche la figura materna subendo, a mio avviso, più un’involuzione che un’evoluzione.

Le riflessioni, basate sull’osservazione del quotidiano, sono confermate da un bel testo (“Mio figlio mi adora”) della psicoanalista Laura Pigozzi la quale afferma che, oggi, “genitorialità non fa più rima con responsabilità, ma con proprietà”. E qui è la mamma, anzi la supermamma a giocare un ruolo fondamentale per la difficoltà che ha di separarsi dal suo bambino, cosa che solo lei può decidere di fare ritornando ad essere anche donna, oltre che madre, per se stessa e per il suo compagno.

Ma questa difficoltà a separarsi è stata acuita dalle mode diffuse in queste ultime generazioni come quella dell’allattamento a oltranza, ben oltre le necessità fisiologiche del bambino.

Nel 2012, aveva fatto scalpore la copertina del Time che proprio in corrispondenza della Festa della mamma aveva pubblicato una bella madre, bionda, in perfetta forma che allatta (?) un bambino di tre anni (mamma e bimbo erano reali, non modelli!) il quale, vestito con pantaloni mimetici e maglietta militare, stava in piedi su una sedia per arrivare a succhiare il seno materno mentre guardava diritto verso l’obiettivo. Il titolo recitava: “Sei mamma abbastanza?” e sotto il commento del giornale, sicuramente sensato: “Perché l’attaccamento eccessivo dei genitori porta alcune mamme a comportamenti estremi”.

Ci si riferiva a quelli consigliati nel “Baby Book” del dott. Bill Sears, uno dei tanti guru che oggi imperversano sui social e che sponsorizza anche il cosiddetto “co-sleeping” e cioè il tenersi nel lettone il bambino non come eccezione, ma come regola. “La madre che nel proprio letto – scrive la Pigozzi – sostituisce al compagno suo figlio, sta comunicando che è quest’ultimo a essere per lei il vero partner” e racconta che un suo paziente che aveva dormito con la madre fino a 13 anni, era funestato da un’impotenza che gli rendeva impossibile la vita con la donna che amava.

Non si tiene conto di ciò che Freud ha scoperto già più di un secolo fa e cioè che anche i bambini, fin da piccolissimi, hanno una “libido” e cioè delle pulsioni sessuali di cui una madre deve tener conto. La camera matrimoniale con il lettone, per intenderci, deve essere di mamma e papà e se non lo è, per la coppia, non è un bel segnale. Una madre che è tutta assorbita dal suo bambino tanto da perdersi come donna desiderata e seducente, non favorisce uno sviluppo normale della sessualità di suo figlio che avrà difficoltà in quell’ambito. È riconosciuto ormai che nei ragazzi si è verificato un abbassamento del desiderio e sempre più casi di impotenza mentre nelle ragazze è più frequente la frigidità.

Ci sono poi le supermamme che in questo loro delirio simbiotico si tengono fasciati addosso i bambini (“baby-wearing”) per tutto il giorno senza dare un attimo di tregua innanzitutto a se stesse!

E che dire di quelle mamme che, pur potendo appoggiare il proprio bambino all’asilo nido, rinunciano al lavoro e a una propria realizzazione professionale per darsi totalmente al suo accudimento?

O di quelle che sottraggono i figli anche ai nonni o a qualche parente non concedendosi mai un fine settimana per rigenerarsi come coppia o non concependo una serata in santa pace con gli amici perché i figli vanno esibiti come dei trofei?

E, dopo il Covid, è ormai noto a tutti il proliferare delle “scuole parentali” che stanno svuotando le nostre scuole materne e stanno interessando anche gli altri gradi di scuola.

Parafrasando uno slogan femminista, sembra che queste mamme pensino: “il bambino è mio e me lo gestisco io”.

E’ un’idea malsana di possesso e di controllo eccessivo della vita del figlio oltre a un’implicita svalutazione della scuola come agenzia educativa altra dalla famiglia.

Scriveva vent’anni fa don Antonio Mazzi fondatore del Gruppo Exodus (“Come rovinare un figlio in dieci mosse”): “Un problema sempre più presente nei ragazzi d’oggi: la profonda fragilità che presentano di fronte alle fatiche di una vita vera, farcita di sconfitte, vittorie, limiti, attese e altri normalissimi disagi. E tutto ciò parte dalla prima infanzia, nessuna frustrazione, tutto dovuto… Li abbiamo allevati come piante di serra, in un’atmosfera artificiale… finché c’è stata”.

Dice un adagio africano, “per fare un uomo, ci vuole un villaggio”.

a cura di Paolo Degasperi (psicopedagogista e sociologo)