Croci Schutzen, la Provincia tace su manifestazioni divisive e provocatorie

Croci Schutzen, la Provincia tace su manifestazioni divisive e provocatorie

Il progetto degli Schutzen di marchiare le cime del Trentino con le croci dedicate ai «loro morti» prosegue senza sosta, ed il Consigliere Filippo Degasperi, che più volte in passato ha denunciato la connivenza delle istituzioni provinciali verso le azioni degli Schutzen, ritorna sulla questione: «Come ampiamente previsto il piano di marcare il territorio a colpi di croci di ferro e salme issate a stendardo prosegue imperterrito mentre chi governa la Provincia volge benevolmente lo sguardo altrove. Del resto questi signori sono bravissimi a chiedere scelte collettive quando le iniziative le propongono istituzioni che si rifanno al Tricolore ma lo sono un po’ meno quando le iniziative le propongono gruppi folkloristici locali sempre pronti a sputare sull’Italia e sugli italiani, ancorché abbondantemente foraggiati con denaro italiano dagli stessi amministratori provinciali di cui sopra.centenario della Grande Guerra

Non stupisce quindi che quando gli Schutzen pretendono di fare una cosa questa gli venga concessa, e poco importa che la Provincia, di fronte ad una mia personale interrogazione abbia riconosciuto che la cosa in questione non era stata concordata e nemmeno resa nota ne con loro ne col Comitato Trentino per le commemorazioni del centenario della Grande Guerra. Gli Schutzen fanno quello che vogliono, e a differenza di tutti gli altri non hanno bisogno di concordare le iniziative con nessuno, sono le altre associazioni a dover essere richiamate ogni tre per due ad uno spirito di condivisione dei morti e della sofferenza che evidentemente non si deve applicare ai nostalgici di Ceco Giuseppe e di Sissi. Che dire? Complimenti vivissimi per la coerenza».

Degasperi entra poi sull’aspetto storico della questione:«Visto che in Trentino ormai non lo dice nessuno, voglio ricordare come la vulgata che i gruppi folkloristici locali ed i loro protettori politici vogliono far passare sia quanto meno incompleta. Se è vero che gran parte dei Trentini si avviò alle armi verso il fronte galiziano per combattere una guerra di aggressione (alla faccia del tanto celebrato Landlibell) scatenata da un despota ottuagenario e dal suo sodale Guglielmo va anche ricordato che ciò avveniva nel 1914 con l’Impero Austro-Ungarico ben consapevole della possibilità dello scontro col Regno d’Italia, pure rimasto neutrale allo scoppiare delle ostilità. Certo, chi fa un uso politico della storia ricorda giustamente i 60 mila trentini chiamati alle armi dall’Austria contrapposti ai 757 che a costo di notevole pericolo personale scelsero volontariamente il Regio Esercito. Questi signori si dimenticano però che la «fiducia» degli austriaci nei «leali sudditi trentini» era tale da indurli a deportarne almeno 75 mila e da imprigionarne 1754, e ciò avvenne anche in veri e propri campi di internamento, ad esempio quello di Katzenau in Austria. La cosa non stupisce, considerato che nel 1912 il luogotenente dell’Imperatore in Tirolo Markus von Spiegelfeld in un memorandum esprimeva tutta la sua diffidenza verso i trentini, considerati troppo italiani e che l’opinione risultava condivisa dal generale Theodor Edler von Lerch, il quale pochi anni dopo ribadirà lo stesso concetto, del resto in totale coerenza col suo Imperatore, che nel 1866 ordinava senza mezzi termini di cancellare l’italianità dall’impero («Es gibt kein Trentino»). La conseguenza di tutta questa “fiducia” fu che le autorità austriache si guardarono bene dal far rientrare i trentini a combattere sul fronte italiano, preferendo tenerli sul fronte orientale, dove anzi essi furono guardati con sospetto e spesso utilizzati per le operazioni di guerra più rischiose. Ma gli Schutzen non vogliono ricordare nemmeno questi caduti. Non gli interessano i trentini mandati a morire nel fango per una guerra voluta e cercata da Francesco Giuseppe per punire il «bellicoso stato serbo». A loro interessa incensare gli Standschützen, le compagnie di volontari non idonei rimaste in Trentino, che nella ricostruzione mitologica degli eventi bellici fatta dagli Schutzen moderni avrebbero «fermato l’Italia», peccato che si dimentichino come il fronte Trentino fosse tenuto fisso mentre la guerra vera e propria veniva combattuta sul carso, e sorvolino opportunamente sui circa 25 mila effettivi degli alpenkorps tedeschi che stranamente difendevano la linea austriaca in vece dei Trentini tenuti, chissà perché, sul fronte orientale. Ecco, quelli e solo quelli sono i morti che gli Schutzen vogliono commemorare piazzando croci sui «sacri confini», che nelle loro intenzioni anacronistiche sarebbero ancora oggi da difendere dalla Repubblica italiana, la stessa che riconobbe al Trentino una Autonomia mai nemmeno sognata sotto l’Impero, che anzi dopo averla cancellata con l’annessione del Principato Vescovile senza alcun plebiscito si rifiutò sempre di concedere, ad esempio nel 1848, quando i Trentini, chissà come mai, presentarono 46 mila firme alla Dieta di Francoforte per chiedere di separare il Trentino dal Tirolo e di accorparlo invece al Veneto. Quella stessa Italia che ad oggi mantiene le associazioni folkloristiche di cui sopra, ad esempio sganciando cifre sul milioncino di euro per rifare le divise delle bande musicali secondo i canoni degli Schutzen. Quella stessa Italia i cui rappresentanti locali sono celeri nell’imporre le bandiere a mezz’asta quando si tratta di manifestazioni che riguardano la memoria nazionale ma nulla fanno per impedire manifestazioni pensate col solo scopo di dividere e provocare».

Uff. Stampa
M5S Trentino

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