Il ruolo della donna nelle organizzazioni criminali

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L’accogliente sala conferenze del Fly Bike Hotel accanto all’aeroporto Caproni di Mattarello è quasi gremita e sul palco sono già pronti i relatori del convegno: Sabrina Pignedoli, europarlamentare del MoVimento 5 stelle, Federica Iandolo, giurista ricercatrice indipendente, specializzata sulla criminalità organizzata e la violenza di genere e  il “padrone di casa”,  Alex Marini,  ex consigliere provinciale di Trento.

Introduce quest’ultimo parlando dell’origine, tra storia e leggenda, di questa festa  delle donne dell’8 marzo nata per  ricordare  un incidente scoppiato in una fabbrica di New York  il 25 marzo 1911 dove perirono 140 operaie.

 

Le donne occupano un posto importante nella società civile ma anche in quella criminale, come si evince dal processo Perfido che ha indagato sulle infiltrazioni mafiose all’interno delle cave di porfido di Lona Lases. In questa organizzazione criminale una donna gestiva le relazioni con le banche e sfruttava gli operai cinesi, che non venivano pagati.

Prende la parola la scrittrice Federica Iandolo autrice del libro “Madrine di ‘ndrangheta” uscito fresco di stampa in febbraio 2024 e presentato per la prima volta proprio qui in questa occasione. Afferma che le donne calabresi sulle quali verte la sua indagine crescono i figli nella cultura della mafia.

Esistono quattro tipi di donne: 1) Nate e cresciute al Sud; 2) nate al Nord e cresciute al Nord; 3)  straniere, mogli o legate sentimentalmente a boss mafiosi. In genere le donne fanno reati connessi con il patrimonio per cui non vengono incarcerate al 416 bis. Afferma che nella provincia di Reggio Emilia ci sono state molte infiltrazioni mafiose, tant’è che ci sono più donne processate lì che non in Calabria. 

Sabrina Pignedoli comunica che le donne implicate in reati mafiosi sono il 2,5% rispetto agli uomini. La donna non è considerata come agente ma come subalterna, spesso le figlie vengono date  in spose ad un altro boss e questi matrimoni combinati sono quasi obbligatori. Quando l’uomo è in carcere, è la donna che lo sostituisce e spesso svolge operazioni finanziarie e bancarie. Non c’è emancipazione, ma portano avanti la famiglia e il loro ruolo più importante è quello di trasmettere la cultura mafiosa ai figli.

Presenta poi il ruolo di Roberto di Bella, magistrato coraggioso messinese, che per salvare le donne le invitava a scappare dallafamiglia, e poi le aiutava decretando la perdita della patria potestà per i padri accusati di maltrattamenti; in questo modo è riuscito a strappare alla criminalità molti giovani che, grazie a lui, hanno avuto una possibilità di salvezza. Ha dato vita ad un progetto importante, sulla cultura della legalità, contro le barriere di silenzio e di paura. Tutto questo ha un nome “Liberi di scegliere”. Oltre 60 quelli che hanno avuto la libertà di poter scegliere e pian piano anche le madri hanno iniziato a chiedere aiuto, per sperare di non vedere un altro dei loro figli in galera o morto ammazzato.

Presenta poi  la figura  della moglie di Luigi Bonaventura che si è trovata a dover scegliere tra la famiglia del marito, affiliata alla ‘ndrangheta, e la libertà. Lei e il marito hanno dovuto cambiare nome  e residenza, in una località protetta, hanno dato importanti informazioni alla giustizia portando ad arrestare molti criminali  per  associazione mafiosa, traffico di droga, omicidi, estorsioni ed altro. La moglie sta pagando duramente questa scelta perché non può avvalersi del titolo di studio che ha conseguito, quindi non può lavorare e la famiglia è lasciata completamente sola. 

Si pone l’accento sul fatto che nella provincia di Reggio Emilia non ci siano stati anticorpi per frenare queste infiltrazioni mafiose: Brescello,nel pieno della bassa reggiana, non è differente da Cutro, in provincia di Crotone, in Calabria. La scrittrice riferisce che ben 10 calabresi la seguivano minacciosi solo perché si stava interessando a questi problemi. Riferisce poi del salto di qualità dell’attività mafiosa che si è spostata in Sud America per trafficare con la droga, dove i giri di affari navigano sui 15 milioni di euro. 

Nel Nord Italia le mafie fanno attività malavitosa che veicola voti sia a destra sia a sinistra. Si spacciano per persone interessate all’ambiente e alla comunità: sistemano le rotatorie, fanno lavori gratis, finanziano le squadre di calcio e poi però  il sindaco deve ricambiare i favori  dando loro in appalto dei lavori.
Durante l’ultimo maxiprocesso all’organizzazione criminale, oggi considerata la più potente al mondo, un pentito ha detto: «Le donne sono il cordone ombelicale della ’ndrangheta». Quella femminile è una partedecisiva della mafia calabrese e non ancora adeguatamente analizzata. Potere e sessualità si intrecciano e si confondono; il corpo femminile va “usato” da parte dell’uomo di ’ndrangheta in un modo determinato, e sempre dominato. La donna, dunque, col suo corpo diventa un possedimento e una forma di autorappresentazione.

Partendo dai primi del Novecento e dal caso di una cosca dell’Aspromonte, questo libro percorre negli anni le modificazioni avvenute. Un lungo e dettagliato reportage, che si rivela anche un’indagine antropologica, tra passato e presente.

Questo interessante convegno, che esplora realtà ancora poco conosciute al pubblico e riguarda donne che per necessità o per scelta sono affiliate ad attività mala
vitose, si è concluso con un simpatico momento conviviale con assaggi gastronomici.

A cura di Francesca, Teresa e Renata