L’ultimo operaio e il futuro di tutti: cosa resta della dignità del lavoro?

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Proponiamo ai lettori questo breve reportage-riflessione sull’incontro svoltosi al Parco di Levico Terme con il giornalista Niccolò Zancan, autore de “L’ultimo operaio”. Attraverso il racconto della parabola della FIAT e della trasformazione del mondo del lavoro, emergono infatti temi che riguardano da vicino il presente e il futuro del nostro Paese: il ruolo dell’industria, lo sviluppo economico, la dignità del lavoro, la mobilità sociale e le conseguenze della globalizzazione. Questioni che continuano a interrogare la politica e sulle quali riteniamo utile promuovere una riflessione e un confronto.

Il racconto è incentrato su quello che fu la FIAT e di quello che oggi è rimasto. Una città nella città, circa un’ora e mezza, a piedi, per per percorrerne il suo perimetro, 20 km di corridoi, 30 di sotterranei, una pista sopraelevata per provare le macchine… Una fabbrica che era seconda solo alla Ford e alla General Motors che aveva richiamato operai da tante regioni italiane, soprattutto dal Sud: 60.000, ma 1 milione con l’indotto ora ridotto a 4.000, spesso in cassa integrazione.

Simbolo del boom economico, lavoro duro, anche alienante, ma che assicurava di poter far studiare i figli, che permetteva col costo di 6 mensilità, diluite nel tempo, di potersi comprare, in circa tre anni, un’utilitaria FIAT (ora per acquistare una macchina, tipo la 127 degli anni ’70 ci vogliono 14 mensilità), di potersi acquistare una casa… Una fabbrica che pensava a tutto, anche troppo, che aveva una squadra di calcio vincente, la “Juventus”, che aveva un giornale, “La Stampa” (detta “La busiàdra”, dagli operai) persino una centrale elettrica tutta sua per garantire che la catena di montaggio non potesse mai fermarsi. Mamma FIAT pensava anche a mandare nelle sue colonie i bambini degli operai per un mese, sgravando le famiglie. Nella FIAT è nata la classe operaia, ormai scomparsa, che sindacalizzata e di sinistra aveva trainato l’Italia a tante conquiste operaie e sociali.

Allora, i figli degli operai potevano scalare le classi sociali; ora stanno peggio dei genitori. Appartengono all’ossimoro di lavoratori poveri che quando sono in cassa integrazione, con 1000 euro al mese, devono contare il centesimo. Da classe operaia con un ruolo e una dignità, a numeri ridotti alla solitudine.

L’ultima protesta dei pochi rimasti è stata quella di far mettere la mensa a metà giornata e non a fine turno come aveva deciso la dirigenza. Ma ormai la globalizzazione ha fatto sì che, a Torino, gli operai siano solo un peso di cui sbarazzarsi perché, anche se poveri, costano troppo a confronto con i Paesi dell’Est o del Nordafrica. In Algeria, un operaio prende 250 euro al mese! Imprenditori che anziché investire nella fabbrica hanno investito in altro, in operazioni finanziarie.

Imprenditori sempre più ricchi e operai sempre più poveri. Insomma, addio classe operaia, addio alle lotte sindacali e alle conquiste. Ne è rimasto solo il ricordo.

La storia raccontata da Niccolò Zancan non parla soltanto della FIAT e del passato industriale di Torino. Interroga il presente e il futuro del lavoro nel nostro Paese. Se il lavoro industriale ha rappresentato per generazioni uno strumento di emancipazione sociale, oggi molte certezze sembrano essersi incrinate. Quali politiche industriali servono per creare occupazione di qualità? Come garantire salari dignitosi e opportunità alle nuove generazioni? Sono domande che meritano attenzione e confronto, perché riguardano il futuro economico e sociale dell’Italia.

Paolo Degasperi

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