La disperanza, tra incomprensioni e crimine

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Su “il Fatto Quotidiano” del 23 aprile, c’erano due articoli interessanti che trattavano la questione giovanile.

Isaia Sales scriveva del crimine minorile e giovanile che assieme al problema degli immigrati, secondo l’attuale governo, minaccia la sicurezza del nostro Paese e uno di Tomaso Montanari che commentava un saggio di Franco Marcoaldi intitolato “La disperanza” (Einaudi).

Sales, faceva riferimento ai 5 decreti sicurezza emanati dal governo che ha inasprito le misure contro la violenza giovanile estendendo l’ammonimento del Questore al possesso di armi da taglio anche ai minori dai 12 anni e sanzionando i genitori (fino a 1000 €) per reati commessi dai figli. In effetti, in questi ultimi quattro anni, c’è stato un continuo inasprimento di pene e creazioni di nuovi reati che mi hanno richiamato le “gride” di manzoniana memoria famose per essere roboanti, ma altrettanto inefficaci.

Non che il problema non esista, soprattutto nelle periferie delle grandi città, ma non si risolve facendo la voce grossa quando le forze di polizia sono sotto organico e non si cerca di migliorare le condizioni di chi ci vive.

“Non è un disagio di noia – scrive Sales – non ansia eccessiva da telefonino, ma disagio di deprivazione, di non realizzazione, la scoperta che il mondo “altro” può fare a meno di tante vite di scarto”.

Si sa, infatti, che è proprio nelle periferie delle nostre grandi città che c’è maggior povertà assoluta, maggior disoccupazione, maggior evasione e abbandono scolastico e i Neet (giovani dai 15 ai 29 anni), un acronimo inglese che tradotto significa “né al lavoro, né impegnati in percorsi di studio e formazione”, nei grandi quartieri periferici, sono la maggioranza della popolazione giovanile. È in questi ambienti, infatti, che tanti giovani senza futuro si aggregano in bande che diventano casa, famiglia e rifugio. Ragazzi che non credono nel valore della scuola e non vedono nel lavoro, peraltro quasi sempre precario, i fattori di una possibile emancipazione sociale.

“Il dolore dell’insufficienza – scrive ancora Salis – si trasforma in rancore e l’impotenza in prepotenza. Nessuno vuole restare nessuno. Ognuno vuole diventare qualcuno, al di là dei mezzi leciti per farlo”.

Sentiamo purtroppo ogni giorno di giovani in difficoltà che soffrono di depressione e che negli ambienti ai margini diventano, appunto, violenza con la quale sfogano la loro frustrazione. Sono fenomeni legati soprattutto all’emarginazione che fanno paura e creano insicurezza nella popolazione, ma che si legano anche a un sistema economico ingiusto fondato su un capitalismo senza freni che crea tante illusioni, modelli e modelle irraggiungibili, competizione sfrenata che premia pochi e lascia i più nella frustrazione di essere incompleti, di non essere all’altezza.

E qui veniamo all’articolo di Montanari che, commentando il saggio “La disperanza” di Marcoaldi, nella disperazione violenta delle periferie, lascia entrare un barlume di speranza che diventa, appunto, “disperanza” di colui che proprio perché non spera niente e ha abbandonato ogni illusione, vive più pienamente la sua vita.

Lo racconta bene questa dichiarazione di Leo, il fratello di Ben, l’interlocutore dell’Au- tore: “La sai una cosa? Ho vent’anni e non so cosa voglia dire sperare in un mondo migliore… Mi piace da pazzi viaggiare con gli amici, andare in luoghi lontani e magari conoscere qualche ragazza che mi fa battere il cuore… Adoro la gentilezza, soprattutto di sconosciuti incontrati per caso che mi salutano per strada e neanche li conosco, mentre mi fanno infuriare le mille ingiustizie di cui è pieno il mondo e contro le quali scendo in piazza con altri ragazzi come me… Ma la speranza in un mondo diverso, quella proprio non so cosa sia”.

Il libro, scevro da paternalismi e moralismi di facciata, è la risposta dell’Autore a Leo che come tanti altri giovani non crede più nella politica politicante, ma sa mobilitarsi per difendere un popolo oppresso come quello palestinese e su quell’onda andare a votare a un referendum perché ha compreso che i valori sanciti dalla nostra Costituzione non vanno toccati.

Giovani che hanno capito – scrive Montanari – “che non avere speranza di cambiare il mondo non significa essere così disperati di farsi cambiare dal mondo”

 

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