Da Valsugana News n.4/2026
Da circa 10/15 anni, si è diffusa una nuova corrente pedagogica che viene denominata “disciplina dolce” la quale ha sicuramente degli aspetti positivi, ma ho l’impressione che, se interpretata in maniera intransigente, sia l’anticamera di un’educazione permissiva che tanti danni ha fatto in passato.
Essa mette in primo piano i bisogni dei bambini ed è giustissimo che i genitori prestino loro la massima attenzione e li assecondino per quanto possibile ritenendo, ad esempio, che il pianto non sia necessariamente un capriccio perché, soprattutto in tenera età, è l’unico modo che i piccoli hanno per comunicarci qualcosa e per liberare il loro stress. Ma quando sono più grandicelli è facile capire quando il pianto è una richiesta d’aiuto, un bisogno da soddisfare o piuttosto un modo per manipolare il genitore.
L’attenzione ai bisogni del bambino, poi, non significa dimenticare i bisogni dei genitori che necessitano pure loro di un momento di riposo, di un po’ di tempo per se stessi, di qualche minuto di tranquillità all’interno di una giornata.
Ritengo che certe indicazioni di questa nuova pedagogia infarcita di anglicismi per sembrare nuova, se applicata dai genitori in modo troppo radicale, può diventare soffocante per una mamma.
Prendiamo il baby-wearing: non vorrei che una mamma si sentisse inadeguata se non si porta addosso per gran parte del giorno il suo bambino in fasce o marsupi a imitazione delle donne africane che penso appoggerebbero volentieri i loro bimbi in qualche comodo passeggino se solo lo possedessero.
E veniamo al co-sleeping e cioè alla condivisione del letto coniugale con il neonato. Credo che, a parte qualche eccezione, una mamma non si debba sentire in colpa se dopo una giornata di lavoro decide di riposare comodamente senza avere anche di notte il pargoletto che le scalcia addosso e comunque con la preoccupazione di poterlo soffocare.
Credo inoltre che i genitori abbiano diritto di ritrovare, almeno la sera, un po’ d’intimità a meno che il bambino in mezzo al lettone non serva per mascherare un’intesa sessuale ormai compromessa.
E così l’idea dell’allattamento a termine inteso come un allattamento portato avanti sine die e cioè finché il cucciolo ne ha voglia, anche se ormai, a dentizione completata, può alimentarsi come un adulto.
Intendiamoci, ciascuno ha il diritto di allevare un figlio come meglio crede, ma non vorrei che una mamma si sentisse “cattiva” perché non segue certe indicazioni. È giusto, poi, esprimere al proprio bambino tutto il nostro amore, il nostro calore, ma ciò non significa essere sempre pronti a cedere.
Osservo spesso dei genitori impegnarsi in estenuanti spiegazioni sul perché non si deve fare una certa cosa o su una decisione da prendere che non piace al loro bambino. Ma a un certo punto occorre che il genitore, se lo ritiene giusto, o se ne ha la necessità, si assuma lui la responsabilità di una decisione. Se, ad esempio, è ora di tornare a casa e il bimbo non vuole, non serve strattonarlo e trascinarlo via in malo modo, ma lo si prenda in braccio lo si consoli, ma si torni a casa. Un bambino che deve prendere decisioni al posto dei genitori diventa ansioso perché non è ancora in grado di gestire tutta quella responsabilità. Occorre aiutarlo a uscire dalla sua onnipotenza infantile anche con dei “no” quando servono, senza paura che qualche piccola frustrazione lo danneggi anche perché se non lo fanno i genitori, lo faranno, prima o poi, i suoi compagni.
Ma sembra che i “no” non siano ammessi da questa nuova educazione e neppure frasi formulate in negativo. Povere mamme! Già le vedo pentirsi e sentirsi in colpa a ogni piè sospinto perché è scappato loro un “no” o un “non”! Ma dai fautori dell’educazione dolce sarei subito bacchettato perché non sono ammessi né lodi né rimproveri. E anche qui vedo le mamme mordersi la lingua perché è scappato loro un “bravo/a”!… In quanto ai rimproveri, c’è rimprovero e rimprovero. Un conto è dire: “Sei una peste insopportabile!” e un altro dire: “ Sono molto arrabbiata/o per come ti stai comportando”. Nel primo rimprovero si va a offendere, nel secondo si riprende, ma senza offendere e facendo conoscere al bambino i nostri sentimenti.
Insomma, ho la sensazione che questo sbilanciamento eccessivo verso il bambino abbia fatto dimenticare i bisogni dei genitori e in particolare della coppia.
Bambini sempre al centro della scena, contrattazioni sfibranti per ogni cosa, mai un “no” per paura di tarpare la loro libera espressione, mai pronti ad andare a letto e così la coppia, svuotata di energie e priva di una vita propria, langue o va i frantumi e questo sì avrebbe conseguenze negative sulla serenità e sulla vita del bambino.
E infine, siamo poi sicuri che tutta questa attenzione a non far mai mancare nulla, ad evitare qualsiasi frustrazione sia di aiuto? Una volta uscito dalla campana di vetro di un’educazione familiare così dolce, sarà pronto un domani ad affrontare un mondo che non ti regala nulla e che ti mette continuamente alla prova? Non sarà che se un tempo i genitori spiccavano per eccesso di sicurezza, oggi si distinguono per troppa paura di sbagliare
a cura di Paolo Degasperi, psicopedagogista e sociologo